Il confine tra ingiuria e diffamazione, a volte, risulta piuttosto sottile. La linea che separa le due situazioni reca conseguenze rilevanti: solo la diffamazione, infatti, è sanzionata a livello penale. La corretta distinzione riveste pertanto un interesse fondamentale in una strategia difensiva.

Ingiuria e diffamazione hanno un focus comune, consistente nell’offesa ad una persona. Divergono però quando si pone l’attenzione su chi subisce l’offesa. Nel caso dell’ingiuria, la persona è presente e assiste. Si ha diffamazione, invece, se le parole offensive raggiungono più persone, ma il diretto interessato è assente.

La distinzione può vacillare davanti ai moderni sistemi di comunicazione. La giurisprudenza si è quindi trovata a dover far applicazione di questi criteri distintivi in situazioni chiaramente non previste al tempo di redazione del codice penale. A muovere l’interprete, c’è il concetto di presenza dell’offeso, declinata rispetto ai mezzi comunicativi attuali. Due esempi, che rappresentano ormai altrettanti “classici” da aula di tribunale, chiariscono efficacemente l’aspetto.

Il primo è la videocall. Se uno dei partecipanti offende qualcuno dei presenti, siamo davanti ad un’ingiuria. Questo in quanto il destinatario percepisce immediatamente il contenuto offensivo della comunicazione. La videocall, infatti, è una situazione in cui si ha contemporaneità. Tutti i partecipanti sono collegati, insieme, nello stesso momento, parlano e si ascoltano vicendevolmente.

Il secondo esempio è la chat di gruppo. In questa ipotesi, si ha ingiuria solamente se il destinatario dell’offesa è contestualmente online. Diversamente, la ricezione del messaggio si colloca in un momento differente, quando cioè il diretto interessato si collega e trova il messaggio. In pratica: a meno che non ci sia uno scambio di botta e risposta in diretta, è difficile che nella chat di gruppo si possa parlare di ingiuria. Con tutte le conseguenze (anche e soprattutto penali) del caso.